Pink Floyd, Arriva il primo museo virtuale! - Rolling Stone Magazine

  • Published in Press

Sara presentato ufficialmente il 27 aprile a Brescia nel "Pink Floyd Day II", è il sogno tridimensionale di sette appassionati collezionisti della band britannica...

Non ci saranno gadget che si rifanno ad Arnold Layne (il primo singolo pubblicato nel 1967), neppure stetoscopi (Take up thy Stethoscope and Walk) o biciclette con cestino e campanelli (Bike, brani tratti da The Piper at the Gates of Dawn), ma sicuramente centinaia di altri memorabilia, tutti rarissimi, se non unici. Con il nobile scopo di raccontare la musica e la ultra quarantennale carriera di una delle band che ha contribuito a scrivere la storia del Rock. Loro, i Pink Floyd, sono entrati da tempo nei musei: a Cleveland nel Rock&Roll Hall of Fame (1996) e, a Londra, sotto forma di murales dal ’67, nel Museo delle Cere di Madame Tussaud, insieme ad altri personaggi della swing in’ London del tempo. Ma è la prima volta che Waters e soci si vedono dedicato un intero “museo virtuale”, dove fan adoranti, curiosi e appassionati di musica, possono dilettarsi ad ammirare pezzi (rarissimi) provenienti da raccolte private, tenute gelosamente segrete fino a oggi.

 

L’idea è venuta a un gruppo di sfegatati fan, collezionisti del verbo floydiano, quarantenni e cinquantenni da sempre votati al culto del gruppo, sette italiani, un americano e due inglesi, tanto per dividerli geograficamente. Insieme hanno creato il Floydseum, “uno spazio on line in 3D dedicato per l’appunto ai Pink Floyd”, come racconta Alberto Durgante, presidente e tra i soci fondatori. Alberto ha iniziato ad amare e ascoltare i Pink a sette anni. Oggi è uno dei più noti e riconosciuti collezionisti “Pink” del mondo.

La presentazione, questa sì fisica, del sito-museo è stata fissata per il 27 aprile a Brescia, durante il Pink Floyd Day II, giornata votata a Waters , Gilmour, Wright & Mason, presentata da Dario Salvatori, con mostre, incontri, scambi, musica e, a chiudere, il concerto dei Wit Matrix, cover band che ripercorrerà la carriera della band inglese attraverso i brani più “dirimenti”. “Più che una riunione di appassionati è un modo per raccogliere fondi a favore dell’AIL, Associazione Italiana Lotta alla Leucemia, Linfomi e Mieloma di Brescia”, spiega Roberto Zaninelli, organizzatore dell’evento, “e poi, certo, è anche la celebrazione di un gruppo che adoro”.

Tornando al museo virtuale, le ragioni, secondo Alberto Durgante che è anche editore di riviste dedicate al gruppo inglese, sono semplici: “Per prima cosa, non esiste nulla di simile, e poi perché appassionati collezionisti, che da molti anni hanno costituito un network di amici e colleghi in giro per il mondo, volevano costruire un qualcosa che, seppur virtuale, potesse rimanere nel tempo. I Pink Floyd, per quello che rappresentano, meritano d’essere tutelati e trasmessi alle prossime generazioni”.

Perché Brescia?

“Temporalmente, rispetto al nostro programma di lavoro, ci tornava comodo, poi conosciamo chi ha organizzato l’evento e, infine, come i fan incalliti dei Pink Floyd sapranno, a Brescia, nel giugno del 1971, è passato qualcuno…”.

…Loro!

“Esattamente! Era il 19 giugno, un concerto memorabile e una scaletta pazzesca!”.

Il vostro progetto in 3D è il primo del genere?

“Assolutamente. Non esiste, per ora, nulla di simile. Quello on line, però, è solo un assaggio di ciò che potrebbe diventare in futuro il nostro museo. Abbiamo usato l’effetto tridimensionale per dare un’emozione diversa, più completa e, contemporaneamente, trasmettere un’idea di spazi infiniti…”.

Il tuo sogno segreto?

“Avere una enorme stanza di memorabilia dedicata a ogni loro periodo storico… Significherebbe una cosa veramente mastodontica”.

Non male l’idea di aprire un luogo immaginario a chi ha cantato e suonato la follia e si è divertito a usare negli show proiezioni , giochi d’immagini e realtà virtuale …

“Crediamo che il 3D rappresenti perfettamente il mondo fantastico all’interno de quale i Pink Floyd sono abituati a vivere e a portarci”.

Come sei diventato un fan della band?

“Grazie a mio fratello che mi ha fatto ascoltare la cassetta di Atom Heart M other, ed è stato amore a prima vista…”.

Di solito il collezionista è un tipo a metà strada tra il mistico e il maniaco…

“Diciamo che in parte corrisponde, però l’importante è riuscire a tenere sempre la testa sulle spalle e dare un valore collezionistico e culturale alle cose senza farsi prendere troppo la mano nello spendere, trasformandosi nel classico fan isterico dal facile acquisto compulsivo”.

Però il collezionista non è molto disposto a lasciar che altri tocchino gli oggetti del suo piacere. Non credi che il museo possa essere interpretato come : “Io ho tante cose de i Pink e tu no?”

“Per noi è il contrario. Il nostro obiettivo è non solo unire persone con una passione comune sparse nel mondo ma anche condividere, con il maggior numero possibile di appassionati, il piacere per oggetti unici che non tutti possono permettersi – e chi può farlo non può averli tutti – mostrando la bellezza di quegli oggetti”.

La sede virtuale del Floydseum è il web, ma se riusciste ad avere uno spazio fisico, quella ideale sarebbe…

Venezia, senza dubbio. Ci piace come location storico-culturale, i Pink ci hanno anche suonato e poi, come città, ha un fascino tutto suo, indescrivibile”.

E per la bicicletta di Syd, quella della canzone?

“Beh, è un altro discorso. Era in vendita a un’asta, ma non siamo riusciti a prenderla… peccato!”.

Il ricordo più bello?

“Emotivamente il concerto di Gilmour a Venezia: è stata l’ultima volta che ho visto Wright sul palco, prima che morisse, una serata iniziata sotto un diluvio pazzesco e finita con una luna incredibile… E poi The Wall Live di Roger Waters, nel 2011/2012, quando è apparsa la foto di mio zio Augusto sul “muro della memoria”. Lui è affondato con il piroscafo Oria nel 1942; la sua morte, a 22 anni, è ancora una ferita aperta per la mia famiglia, soprattutto per mio padre. Un dolore incredibile e una vicenda tragica che, insieme a tutti i parenti di quei caduti cerchiamo di non far dimenticare attraverso la nostra associazione. È stato solo un episodio drammatico di quel conflitto, che però mi fa sentire ancora di più legato a Roger Waters: infatti, lui ha perso suo padre, militare inglese arruolato nella compagnia C dei Royal Fusiliers britannici, ucciso nello sbarco alleato ad Anzio…”.